L’Europa e il paradosso degli “egoismi” fiscali

L’Unione europea è una realtà molto complessa, risultato di un processo unico nella storia e, a causa di tale unicità, sconta carenze e difetti che la rendono poco appetibile per le masse. In particolare, gli Stati membri hanno trattenuto nella loro esclusiva sovranità un aspetto davvero rilevante, che consente loro di gestire la propria spesa pubblica e di contribuire anche al bilancio comune, ovvero la fiscalità.

In materia, l’Unione, ex art. 113 TFUE, ha competenza estremamente limitata: gli atti normativi sono adottati dal Consiglio all’unanimità (con conseguente potere di veto di uno qualsiasi degli Stati membri) e devono essere funzionali al mercato interno nei limiti di un’armonizzazione delle imposte indirette che negli anni ha mostrato grandi limiti, contribuendo a fenomeni di cd. Turismo fiscale, per cui i contribuenti sfruttano le differenti aliquote di diversi Stati, creando distorsioni nel Mercato e spostando artificiosamente le entrate tra le giurisdizioni.
Per l’imposizione diretta si sono ottenuti solo sporadici risultati, per temi specifici, come in materia di controllo societario e di pratiche elusive, mentre la fiscalità rimane di dominio delle giurisdizioni nazionali che spesso attuano una “concorrenza fiscale”, favorendo insediamenti e produttività in giurisdizioni a fiscalità privilegiata.

Mentre dovremmo pervenire a politiche fiscali comuni, che stabilizzino il bilancio dell’Unione e completino con il concetto di “contribuzione europea” quello più ampio di cittadinanza europea, invece, l’egoismo fiscale degli Stati, con conseguente accaparramento di gettito attraverso pratiche fiscali concorrenziali e differenze nei rispettivi obblighi contributivi, comporta a volte gravissime disuguaglianze sociali e mina il concetto stesso di cittadinanza comune.

Inoltre, sentiamo spesso parlare di deficit democratico e di potenziamento dello strumento rappresentativo, ma il deficit rappresentativo si acuisce notevolmente quando le decisioni cruciali si debbano approvare all’unanimità: vi sono infatti Stati membri che contribuiscono in maniera esigua al bilancio comune rispetto ad altri ma il cui voto in Consiglio ha lo stesso identico valore di chi, al contrario, contribuisce in modo più sostanzioso. Conseguentemente vi è chi puo’ comparativamente trarre maggiori vantaggi dalla partecipazione all’Unione e, pur contribuendo in misura minore al bilancio comune e rappresentando una parte esigua di popolazione europea, ha comunque il potere di bloccare importanti scelte di finanza pubblica europea.

Si tratta di un aspetto spesso trascurato e la cui soluzione non può avvenire alla luce delle disposizioni dei Trattati vigenti. Tuttavia, nel rispetto del senso profondo di questi Trattati e nell’ottica di costruire una vera casa comune europea occorre andare oltre i Trattati stessi, sublimandone i valori portanti ed introducendo una fiscalità comune che richiami tutti, cittadini e Stati membri, alla propria responsabilità!

di Gianni Lattanzio