Genova, il ponte Morandi e l’immobilità post-tragedia

Ho attraversato il ponte Morandi 24 ore prima del crollo, direzione Francia. Ho appreso la notizia in Costa Azzurra. Mi sono realmente reso conto dell’accaduto solo al ritorno in Italia. Passando da Genova, in una deserta domenica d’agosto, fermandomi ad osservare il “teatro della tragedia” dal cavalcavia della tangenziale. Un disastro non dissimile dalle scene di guerra in Iraq o in Siria, viste in TV. Ma vederlo da vicino è diverso.

Ho pensato subito di scrivere qualcosa in merito ma volevo ragionarci su. Di fronte al girotondo parolaio di “chi di dovere” e dei media, che hanno già ridotto la “questione genovese” ad un problema locale, vorrei ricordare, attraverso l’esempio (la capacità di reazione) dell’attentato a Falcone, che il crollo del ponte di Genova non è un problema ingegneristico. Qui è in gioco il crollo della credibilità e della dignità nazionale.

A due mesi esatti dalla tragedia di Genova; il crollo del ponte Morandi, sul torrente Polcèvera, poco o nulla è successo. I familiari dei 43 morti, nonché gli sfollati, dovranno attendere ancora molto, prima di avere giustizia.

Il governo non ha ancora manifestato una reazione forte e concreta, al di là del veemente e prolungato attacco verbale contro la società concessionaria.

Il decreto, annunciato più volte, si è rivelato, a detta del “commissario alla ricostruzione”, e di quello “all’emergenza” ben poca cosa: coprirebbe appena un terzo dei danni, mancano 100 milioni. Di fatto non è partito nessun lavoro, nessun appalto che non sia gestito dagli enti locali. Il conto dei danni, invece, è in continuo aumento.

La recente esternazione del ministro per le infrastrutture e i trasporti, sul tunnel del Brennero, inesistente perché ancora in costruzione, è stata una ulteriore, anche se involontaria, “arma di distrazione”. In ogni caso, il Brennero, coprirebbe il “corridoio adriatico”, mentre Genova è il caposaldo di un “corridoio tirrenico” che ha urgentemente bisogno, oggi più che mai, del “terzo valico” e della “variante di gronda”, per ristabilire e rilanciare la mobilità nel quadrante nord-ovest italiano. Se le merci si fermano a Genova ne soffrono Piemonte, Lombardia, Emilia e tutti quei paesi esteri che inviano o spediscono merci dal porto di Genova, il primo contribuente IVA italiano con 4,5 mld annui.

DIGNITA’ NAZIONALE

Non è un problema locale ma una questione nazionale. Insieme al ponte Morandi è crollata la credibilità italiana, nei confronti del resto del mondo, sulla capacità di reagire, come ci si aspetterebbe dalla 7/8^ potenza mondiale; come dovrebbe fare la seconda nazione manifatturiera europea. Resta la fotografia di una classe dirigente inconsapevole o inadeguata (?) del disastro che è chiamata a risanare; resta l’inconsapevolezza dei media che non hanno capito che si tratta di vigilare su un più ampio riscatto nazionale, non solo quello locale, giocare sui retroscena più o meno comici degli sventurati politici di passaggio a Genova, non serve; resta, infine, la fotografia di un Paese annichilito ed allo sbando.

Mi permetto di fare notare ai politici al potere che questo NON è il momento di alimentare le critiche fra politici di un colore o dell’altro o, addirittura, di una fazione sulla capacità di reagire dello stesso partito contro l’altra, né dei continui proclami che mettono all’indice questo o quel nemico, utili, solo, a nascondere la propria inadeguatezza.

E’ il momento di essere “nazionali”. Occorre raccogliere la nazione (che, com’è noto è fatta da individui) in uno sforzo comune che mediando le vari posizioni porti ad un’azione rapida e concreta, per far sì che gli 8 mesi, previsti ad agosto (oggi sono già diventati 15/24 mesi), per ricostruire il ponte NON diventino 8 – 15 – 24 anni.

SOLIDARIETA’ NAZIONALE

Bisogna ritrovare lo “spirito di Capaci”, quando la nazione e lo Stato furono attaccati brutalmente facendo esplodere un tratto dell’autostrada che unisce Palermo al suo aeroporto.

Con l’uccisione di Falcone, della moglie e della sua scorta, i mafiosi terroristi erano consapevoli che non facevano soltanto strage di corpi ma anche e soprattutto della tenuta democratica delle istituzioni statali e del vivere civile, del senso di comunità, di cittadini inermi; quelli che, ogni giorno, si svegliano per andare a lavorare, portare il necessario a casa, per sé e per la propria famiglia. Tutti coloro che, più o meno consapevolmente, contribuiscono alla creazione del (famigerato) PIL nazionale.

RISCATTO NAZIONALE

Suggerisco ai nostri governanti di ripartire da lì e recuperare lo spirito unitario di quel tempo che portò alla ricostruzione lampo di quel pezzo di autostrada perché lì, non diversamente da Genova, c’era da ricostruire con urgenza quel tratto d’asfalto per riscattare l’orgoglio e la dignità degli italiani.

di Armando Panvini