La miopia assistenzialistica e i rischi della de-industrializzazione

Stiamo entrando nella quarta rivoluzione industriale. I sistemi economici cambiano radicalmente, e con essi il mondo imprenditoriale. Al livello imprenditoriale è la fabbrica 4.0 che fa la differenza, determinando i margini di competitività tra un sintema produttivo ed un’altro, sia al livello nazionale che internazionale. Diventa importante pertanto sostenere la crescita attraverso una politica industriale idonea alle esigenze di una nuova generazione di imprese. Non a caso, nel precedente governo il piano nazionale per l’industria 4.0 ha consentito un aumento a doppia cifra degli investimenti manifatturieri. Questo però non sembra interessare la compagine governativa. La parola d’ordine diventa infatti “assistenzialismo ad oltranza”, anche quando l’economia necessita di specifici investimenti strategici. La manovra che si intende portare avanti a tutti i costi, anche dopo la bocciatura di Bruxelles, mette in risalto l’impronta di una politica regressiva.

Si tratta innanzitutto di una manovra antiscientifica e antirealistica. A quale corrente di pensiero si rifà una manovra che, in una situazione debitoria del 130% rispetto al PIL, intende creare sviluppo con il solo aumento della spesa corrente? Forse si tratta dell’inaugurazione di un nuovo filone economico, il neo-assistenzialismo ad “insostenibilità crescente”, ovvero l’aumento del deficit pubblico per incentivare i consumi privati con uno Stato sovra-indebitato. Tutto questo a scapito degli investimenti  produttivi necessari per rivitalizzare il ciclo economico. Come dire, i guru dell’economia vengono smentiti e irrisi. Eppure i dati economici degli ultimi mesi sono evidenti: l’economia italiana è entrata in una fase di stagnazione, e questo è dovuto sopratutto alla debolezza del settore manifatturiero. Parliamo del settore centrale per le esportazioni, da cui dipende il futuro della nostra economia. Ciò evidenzia anche il carattere antirealista della manovra.

L’economia italiana, nel prossimo anno, dovrebbe crescere oltre tutte le previsioni. E’ questa la stima che è alla base dell’attuale manovra finanziaria. Eppure, non solo in Italia, ma nel resto dell’Europa si assiste ad una battuta d’arresto. La Germania e la Francia prevedono nel 2019 un’economia stazionaria, come pure il Belgio. La Spagna e l’Olanda, invece, si apprestano ad un rallentamento e l’Austria, nel 2019, dovrebbe addirittura slittare dal +3% al +2% sul PIL. Solo la Grecia vedrebbe uno scenario roseo, insieme all’Italia: probabilmente un rimbalzo dalla crisi che negli ultimi anni l’ha devastata. Virtuose sarebbero anche le piccole economie della Slovacchia e della Lituania. Se però lo sviluppo atteso dall’Italia non si verifica – come è probabile che avvenga – il debito e il deficit aumenteranno, e con essi lieviteranno le tasse, la spesa per gli interessi sul debito, la disoccupazione e il tasso di mortalità delle imprese.

Il neo-assistenzialismo non crea sviluppo ma frena il Paese. L’impatto negativo avrà degli effetti visibili nel breve ma sopratutto nel medio e lungo periodo. Si tratta di effetti non solo economici ma anche sociologici. Distribuendo denaro ad una popolazione di età lavorativa, passivamente, significa infatti soffocare lo spirito di intrapresa, ovvero quella spinta propulsiva che per Werner Sombart è alla base dello sviluppo economico moderno. Lo sviluppo economico si manifesta solo se vengono create le condizioni strutturali affinché le imprese possano investire. E’ necessario  sostenere l’offerta e la domanda attraverso politiche di sostegno agli investimenti. Se ciò non avviene, il rischio è quello di creare un mercato parassita, dove la ricerca del sussidio crea dipendenza, mentre il recupero delle spese sostenute dallo Stato non trovano il loro riscontro nella crescita.

di Luigi Gentili