Italia, Germania ed Europa: quale integrazione possibile?

In vista delle elezioni europee del prossimo anno, il dibattito sull’esistenza di un assetto europeo asimmetrico, sbilanciato verso l’Europa tedesca, sono sempre più numerose. Molti sostengono che l’economia europea sia diventata germano-dipendente. Chiediamo a Carmelo Cedrone, economista e dirigente sindacale, con ampia esperienza in attività di consulenza a Bruxelles, cosa ne pensa in merito.

Cedrone, è vero che l’economia europea attualmente è troppo sbilanciata verso la Germania?

Ciò è vero solo indirettamente. Infatti le regole dell’UEM sono incomplete e parziali per cui creano e accentuano le distorsioni e gli squilibri già esistenti tra i paesi Euro, invece di ridurli. Ciò va a vantaggio di alcuni paesi, Germania compresa, ed a svantaggio di altri. A lungo andare queste norme, se restano le sole in vigore, diventano insostenibili; fermo restando che noi dobbiamo comunque fare un piano di riduzione del debito. Occorre perciò  completare l’Eurozona, rimasta a metà sin dai tempi di Maastricht. E’ su questo che dovrebbe puntare l’Italia, più che chiedere qualche centesimo di punto di sforamento del bilancio. La Germania, però, sul completamento dell’Eurozona frena; perché la situazione attuale è ottimale per lei.

E’ favorevole all’Europa a due velocità?

Certamente. E’ l’unica via che ci resta, ormai , per rimuovere  gli ostacoli  attuali che tengono bloccata l’Unione, come mai era avvenuto in passato. Ormai la separazione è tra chi vuole partecipare ed essere membro solo del Mercato Unico e chi vuole che l’Unione, partendo dall’Eurozona, sia messa in condizione di affrontare meglio non solo le questioni economiche e monetarie (Unione Economica e di Bilancio), e la questione sociale (Unione Sociale), ma, prima di tutto, la questione politica e democratica. L’Unione non può più continuare a vivere senza la politica, inesistente a Bruxelles, e senza la democrazia. Si tratta di realizzare non un superStato, ma una Unione federale leggera, che si occupa di quanto suindicato e di poche altre materie (politica estera, sicurezza, difesa, ricerca, ambiente, immigrati….) che nessuno Stato è più in grado di affrontare da solo. Il resto deve rimanere o tornare agli Stati membri.

Le regole del patto di stabilità, secondo lei, vanno riviste?

Certo; così come sono hanno poco senso, perché si preoccupano della stabilità (giusto) ma non delle crescita e dell’occupazione. Bisognerebbe invertire i fattori per cambiare lo spirito del Patto. Penso però che sia possibile farlo all’interno di una revisione più profonda dell’Eurozona; non credo che, oggi, la Germania, consentirebbe questo cambio, anche perché in contrasto col loro principio ordoliberale.

Che cosa ne pensa della sfida attuale tra Roma e Bruxelles sulla legge di bilancio?

Si tratta di un errore, è proprio l’impostazione ad essere sbagliata, perché noi siamo membri dell’Unione, non siamo un’altra cosa; aprire questo scontro ci porterà solo dei danni, al di là del merito delle proposte. Il problema che il governo ha assunto questa posizione solo per far guadagnare voti alla Lega (non so ai V stelle se convenga…). Tutto avviene sulla pelle degli italiani. E’ un atteggiamento sconsiderato che sta indebolendo l’Italia anche dal punto di vista politico. La battaglia andrebbe fata per cambiare e rafforzare l’Eurozona dal punto di vista politico e democratico.

Ci può indicare due obiettivi che, secondo lei, sono indispensabili per migliorare le disparità economiche tra i Paesi dell’Eurozona?

Resta ancora valida la proposta di un grande piano di investimenti europeo, ben al di là del piano Junker, fatto già durante l’infuriare della crisi, come un “ Nuovo Deal”: l’unico capace di rimettere in moto lo sviluppo e l’occupazione nei paesi dell’Eurozona. Questo piano dovrebbe prevedere delle corsie preferenziali per i paesi, come il nostro, che soffrono di uno squilibrio e di un forte differenziale economico rispetto ad altri. Un altro intervento parallelo, dovrebbe riguardare  il varo di uno strumento a favore dei disoccupati causati dalla crisi o dalla delocalizzazione delle imprese.

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