Keynes, Marx e l’economia della crisi. Intervista a Claudio Sardoni

Molti analisti di mercato eravamo convinti che dopo la recente crisi economica l’economia europea si sarebbe ripresa, e invece no. Stiamo entrando in una nuova fase recessiva, con la Germania in prima fila tra i paesi in affanno. La crisi non si ferma solo all’Europa, cè anche la Cina che sembra evidenziare segnali negativi. Forse l’economia capitalistica, o quello che ne rimane, è condannata ad una crisi perenne. Eppure le ricette anti-crisi ci sono, basti pensare alle formulazioni di due grandi economisti, oggi di nuovo in auge: John Maynard Keynes e Karl Marx. Ne parliamo con Claudio Sardoni, già docente di economia presso l’Università La Sapienza di Roma. Sardoni ha dedicato molti studi su questi due autori.

1  Professor Sardoni, sia Keynes che Marx credevano che leconomia capitalistica tendesse continuamente a produrre delle crisi. Qual’è la differenza tra questi due intellettuali?
Direi piuttosto che entrambi non credevano nella capacità delle economie capitalistiche di assicurare in modo spontaneo crescita e benessere per tutta la società. Per quanto riguarda in modo più specifico le crisi il discorso deve essere più complesso e articolato.
Marx credeva fermamente che il capitalismo dovesse subire periodicamente delle crisi sempre più gravi e violente, fino a condurre il capitalismo alla sua fine e al passaggio al socialismo e comunismo. Sulla spiegazione economica di tali crisi c’è ancora oggi un dibattito che vede contrapporsi diverse interpretazioni. Molto probabilmente in Marx stesso convivono diverse spiegazioni non sempre compatibili l’una con l’altra. Ce ne è una, che io propugno da lungo tempo, che si basa sull’importanza della domanda e delle variabili monetarie. Questa interpretazione colloca la teoria marxiana abbastanza vicina, per alcuni aspetti, alla teoria keynesiana. In poche parole, si può esprimere così: il capitalismo vive da sempre la contraddizione latente fra capacità quasi illimitata di espandere produzione e capacità produttiva e il limite all’espansione della capacità d’acquisto della grande massa della popolazione, determinato dalle condizioni di profittabilità del capitale. Quando questa contraddizione esplode, i produttori capitalisti cessano di produrre e di espandere la loro capacità produttiva: riducono investimenti e produzione, detenendo risorse in forma liquida.
L’importanza per Keynes della domanda aggregata e delle variabili monetarie è ben nota. Egli voleva sviluppare una “teoria monetaria della produzione”. Tuttavia c’è una differenza fondamentale fra Marx e Keynes. L’analisi di Marx è in grado di spiegare il verificarsi di crisi che sono molto violente (crollo dei prezzi, fallimento e chiusura di imprese, ecc.) ma anche relativamente brevi. Esistono meccanismi endogeni che, per Marx, consentono all’economia di riprendersi in modo relativamente rapido. L’analisi di Keynes può certamente spiegare crisi simili a quelle descritte da Marx, ma Keynes si concentra piuttosto sul fatto che il sistema economico può sperimentare periodi relativamente lunghi di relativa stagnazione, cioè caratterizzati da livelli di produzione e occupazione inferiori a quelli potenziali (si tratta di ciò che la letteratura keynesiana ha definito “equilibri di sottoccupazione”). Le ragioni di questa differenza sono molteplici e non possiamo affrontarle qui; mi permetto di rimandare ad alcuni miei lavori.

2  Al di là delle differenze più analitiche, esistono altre differenze importanti fra i due grandi economisti?
Certamente. Come dicevo prima, Marx è convinto dell’inevitabile passaggio dal capitalismo al comunismo. Dove, quando e in che modo questo avrebbe dovuto avvenire è un tema che ha investito l’intero movimento operaio per circa un secolo e non vorrei tornarci ora. Vorrei invece dire qualche parola sulle idee di Keynes a proposito del capitalismo e dei suoi destini.
All’indomani della Prima Guerra Mondiale, Keynes percepisce chiaramente che il capitalismo ha cessato di essere un sistema fortemente dinamico e vitale. Il capitalismo del XIX secolo era certo caratterizzato da grandi sperequazioni sociali ed economiche ma era anche in grado di fare almeno intravedere a tutte le classi sociali la possibilità di un progressivo miglioramento delle loro condizioni di vita. Questa fase storica si esaurisce con lo scoppio della Grande Guerra, da cui emergono economie che, secondo Keynes, tendono a essere più stagnanti perché i capitalisti non fanno più il “loro mestiere”, cioè promuovere la crescita economica attraverso un incessante processo di accumulazione. Bisognerà tuttavia giungere alla grande crisi degli anni 20-30 perché Keynes elabori in modo più organico la sua visione dell’economia capitalistica e l’incapacità del mercato di assicurare la realizzazione di risultati socialmente e economicamente ottimali. Di qui la necessità di un intervento esterno dello stato per far sì che l’economia possa almeno avvicinarsi alla piena occupazione.
A tal proposito, mi si consenta una breve parentesi. L’intervento pubblico prefigurato da Keynes è ben lontano sia da molte politiche keynesiane del secondo dopoguerra attuate soprattutto negli USA e nel Regno Unito sia, ancor più, da scriteriate e improbabili politiche in deficit propugnate dai nostri governanti oggi. Keynes pensava soprattutto a interventi esterni mirati a favorire gli investimenti anche con forme di partecipazione fra pubblico e privato (Keynes parlava di “socializzazione degli investimenti”, che non significa necessariamente investimenti pubblici e nazionalizzazioni). Per quanto riguarda il bilancio pubblico, Keynes ammetteva spese in deficit solo se destinate a finanziare gli investimenti. Il bilancio corrente doveva essere in pareggio.
Per concludere, direi che la principale differenza fra Marx e Keynes è sulle sorti del capitalismo. Per Marx esso è destinato inevitabilmente al crollo finale che ci condurrà al comunismo. Per Keynes, il capitalismo non è certo il mondo ideale, ma è anche il miglior mondo possibile se ben governato e diretto. E’ un po’ come la democrazia per Churchill: un pessimo sistema politico ma il migliore possibile rispetto a qualunque altra forma di organizzazione politica.

3  Crede che Keynes e Marx siano attuali oggi?
All’indomani della crisi del 2007-2008 c’è stata una vera e propria esplosione di libri e articoli inneggianti alla “resurrezione” di Marx e, soprattutto, di Keynes, le cui teorie erano ritenute in grado di spiegare le ragioni della crisi e le vie d’uscita, mentre l’economia mainstream veniva accusata per la sua incapacità di spiegare e, tantomeno, anticipare la crisi.
Tutto questo entusiasmo mi ha sempre lasciato piuttosto freddo. Mi sembra ingenuo, se non scioccamente fideistico, pensare che economisti e teorici sociali vissuti rispettivamente quasi due secoli e un secolo fa, per quanto geniali, possano fornire risposte e ricette per la crisi attuale. Come ci ha insegnato proprio Marx, l’economia capitalistica è un sistema dinamico sottoposto a continui processi di cambiamento. I caratteri strutturali delle economie del XXI secolo sono profondamente diversi da quelli considerati da Marx o dallo stesso Keynes. Basti pensare, solo per citare alcuni ovvi esempi, alla mutata divisione internazionale del lavoro, ai processi di de-industrializzazione subiti da tutte le economie occidentali, alla grande importanza delle questioni ambientali, ecc. ecc.
Detto questo, però, non voglio certo sostenere che due “giganti” come Marx e Keynes debbano essere archiviati e dimenticati. I loro lavori hanno ancora tanto da insegnarci per comprendere alcuni fondamentali aspetti delle nostre società; per esempio l’importanza delle variabili monetarie e finanziarie, l’importanza della domanda aggregata e la necessità di far sì che essa cresca in modo adeguato poiché questo non è garantito in modo spontaneo e automatico dai mercati, l’importanza del processo competitivo e innovativo che determina la dinamica del sistema economico-sociale.
Possiamo trarre grandi vantaggi dal poter stare sulle spalle di giganti come Marx e Keynes purché usiamo questa possibilità per guardare oltre piuttosto che usare le loro spalle come “poltrone”, rassicurandoci che essi avevano già compreso e analizzato tutto quello che c’è da da capire e che quindi basta ripetere quanto hanno già detto.

4  Qual’è secondo lei il peso da dare oggi allo Stato con la globalizzazione in atto?
Questo è un grande problema che non si può certo affrontare in poche parole e che deve coinvolgere anche altre discipline oltre l’economia, ma alcune cose si possono dire. Certamente il ruolo dello stato in un’epoca di grande accelerazione della cosiddetta globalizzazione assume connotati diversi rispetto alla “golden age” del secondo dopoguerra fino alla crisi degli anni ’70. Inevitabilmente alcuni poteri degli stati nazionali sono ridimensionati e i vincoli internazionali a cui le politiche economiche sono sottoposte sono significativi.
Tutto ciò però non significa che lo stato non possa e non debba svolgere un ruolo significativo per regolare e stimolare il sistema economico. Significa soltanto che ciò può avvenire solo a condizione che la dimensione dell’economia e quindi del suo apparato statale sia sufficientemente ampia da consentire un più agevole riassorbimento dei feedback internazionali alle scelte di politica interne. Questo è stato sempre vero per gli USA e potrebbe esserlo per la UE se si procedesse effettivamente verso una maggiore integrazione economica e politica. Più grande è l’area economica meno forte e riassorbibile dovrebbe essere l’impatto esterno.
Da questo punto di vista il cosiddetto “sovranismo” nostrano con il suo anti-europeismo è veramente paradossale. Dovremmo riacquistare la piena indipendenza nazionale e fare le politiche che vogliamo a beneficio del popolo piuttosto che le politiche che ci detta l’Europa. Ammesso e non concesso che le politiche economiche sovraniste siano effettivamente a beneficio del popolo, quello che sfugge è che queste politiche dovrebbero essere presto abbandonate a causa dei vincoli internazionali (elevati tassi d’interesse, deprezzamento della valuta, inflazione, ecc.) Corrette ed efficaci politiche “a beneficio del popolo” hanno un’assai maggiore probabilità di successo se applicate a livello europeo e non da singoli paesi in ordine sparso. Si tratta di combattere per riformare e migliorare l’Europa, non di uscirne.