Reindustrializzare il territorio, a Roma e nel Lazio. Intervista a Cosimo Peduto

In una fase economica come quella attuale, dove il sistema industriale è fortemente in crisi, in Europa come in Italia, il tema della riconversione produttiva di aree dismesse diventa centrale. Esistono molti casi, in diverse città europee, dove aree industriali in crisi hanno trovato nuova vitalità. Pensiamo ad alcuni quartieri di Londra, Barcellona, Glasgow, Lisbona o Parigi. Anche in Italia esistono casi di successo nella riconversione industriale, basti pensare agli ex stabilimenti di Italsider, Agip o Falk, rispettivamente a Genova, nella provincia di Milano o a Sesto San Giovanni. Chiediamo a Cosimo Peduto, presidente del Consorzio Industriale Roma-Latina, nonché direttore regionale di Confesercenti, di descriverci il carattere di questo fenomeno.

Presidente, perché è importante secondo lei porre al centro della politica economica il tema della reindustrializzazione?

E’ importante per diversi motivi, di natura storica, economica e politica. Dal punto di vista storico occorre rilanciare una sfida importante per riprendere la vocazione industriale che a Roma, a partire dall’inizio del secolo scorso, è andata avanti fino al 1992. Roma cresce, si espande, si caratterizza per 80 anni – ad eccezione del periodo immediatamente precedente la guerra -, come città industriale. La storia economica di questa città, infatti, non si caratterizza per un conflitto sociale che scorre lungo i binari classici di una borghesia rapace, da un lato e di una classe operaia, consapevole ed organizzata, dall’altro. E’ piuttosto la storia di un conflitto tra un’industria sana, che vuole investire e la rendita, clericale e nobiliare, che possiede migliaia di ettari di terreni incolti, ostacolando la  crescita. E’ Aldo Moro, presidente della Commissione Parlamentare Speciale su Roma, che impone l’esproprio di centinaia di terreni agricoli alla rendita e li destina – forzando anche sul suo stesso partito di governo a Roma -, agli insediamenti industriali. Credo che se dovessimo comparare la crescita della manifattura romana, con quanto accaduto nel triangolo industriale, oppure a quanto avvenuto a  Bagnoli o a Taranto – solo per fare degli esempi -, verrebbe fuori che a Roma c’è stata una vera rivoluzione industriale. Questa si è manifestata non solo senza aiuti pubblici, ma addirittura andando oltre il volere di un’intera classe dirigente che faceva della valorizzazione della rendita fondiaria il proprio tratto distintivo. Ciò naturalmente faceva il verso ad un insopportabile sentimento anti-romano, che ha inteso la città solo in termini burocratici, di crescita legata al turismo religioso o poco altro, rappresentando per decenni una città per ciò che in realtà non è stata. E’ una storia che va riscritta.

Può indicarci i benefici per i territori quando si riconverte un sito dismesso?

Si tutela l’ambiente perché viene bonificato un sito in stato di abbandono, spesso anche motivo di specifici problemi ambientali. Non si consuma il suolo solo in quanto, se un privato vuole investire, lo può fare senza chiedere varianti e cambi di destinazione d’uso, ma valorizzando quello che esiste già. Si recuperano decine di milioni di euro giacenti in capo al Mise, che possono essere decurtati dal valore periziato del sito dismesso. Questo in forza di una funzione che la legge 448 art. 63 assegna ai Consorzi Industriali, consentendo di decurtare i fondi storicamente erogati da parte dello Stato dal valore del sito periziato. Contabilmente si configura come un risparmio secco per l’impresa, pari al valore di quello che essa risparmia se quel sito lo dovesse acquisire ad un’asta fallimentare. In questi giorni il tribunale di Roma ha compreso questa procedura, indicando un perito per la stima di un sito dismesso a Castel Romano. Anche lì ripeteremo l’operazione conclusa con successo a Latina con BSP. Lì, cioè, faremo A-B, dove A sta per il valore del sito e B per l’insieme dei contributi pubblici ricevuti dallo Stato. L’impresa dovrà pertanto corrispondere al proprietario -sia esso una banca piuttosto che la curatela fallimentare – il solo valore del terreno. Tutto il resto (ipoteche, crediti non riscossi, ecc.) viene cancellato attraverso quello che la prassi chiama “effetto lavatrice” del Consorzio. La ragione? Perché si è voluto privilegiare la riconversione industriale – e la piena occupazione – piuttosto che la mera, seppur legittima, difesa di un credito che un istituto bancario creditore, piuttosto che una curatela, tiene per decenni, bloccando lo sviluppo, l’occupazione e la crescita.

Esistono oggi Fondi Europei per la reindustrializzazione da utilizzare?

Non lo so, non credo, è questa una procedura che solo di recente abbiamo sperimentato con successo intorno alla quale va evidentemente costruito un sistema di alleanze politiche, economiche e sociali a supporto, ritengo, di specifiche progettualità oggetto di nuovi bandi.

Quali sono secondo lei, nella città di Roma, le aree più importanti che necessitano di una riconversione industriale?

Santa Palomba, cuore del manifatturiero di Roma, dove si trovano centinaia di aziende con fatturati di miliardi di euro: si tratta di un’area degradata, di gran lunga oltre la vergogna. Noi abbiamo effettuato un monitoraggio delle infrastrutture e proposto un insieme di interventi che potrebbero riqualificare e rilanciare quel sito. Penso anche a Castel Romano. Parliamo di due agglomerati industriali che si trovano in area consortile, nei quali sono insediate 200 aziende e  nelle quali lavorano almeno 20.000 persone. Sono, naturalmente, stime al ribasso. In aree non consortili abbiamo poi Acilia, la Tiburtina, pezzi di San Lorenzo e altro ancora.

Ci descrive anche la situazione del Lazio, indicandoci alcuni dei tanti siti dismessi che andrebbero riconvertiti?

Stiamo realizzando un nuovo studio in questa direzione, che non sarà solo un passivo elenco di particelle catastali ma una mappa, aggiornata e specifica, di tutti i siti dismessi, rappresentativo anche dell’attuale stato giuridico, ambientale e urbanistico. Ce ne sono 20 a Latina e forse molti di più a Roma, tutti potenzialmente espropriabili, in quanto diventati siti di pubblica utilità, indifferibilità ed urgenza, tutti riconvertibili. Anche quelli esterni al nostro perimetro, che utilizzando un articolo della norma di attuazione del nostro piano regolatore, d’accordo con il comune competente, possono essere inglobati. E parlo di una procedura, anche questa, già sperimentata con un agglomerato industriale nel comune di Sezze.

In chiusura, può illustrarci le politiche proposte dal Consorzio Industriale Roma-Latina per il sostegno dei territori?

Beh, in aggiunta a quello sopra detto, abbiamo ottenuto di recente il riconoscimento come Agenzia per le Imprese. Si tratta di un Istituto nato con il decreto Cresi-Italia che riconosce la possibilità ad altri soggetti, oltre i comuni, di diventare a tutti gli effetti una Suap. I risvolti in termini di semplificazione, snellimento delle procedure, contenimento dei costi, certezza dei tempi e trasparenza mi paiono evidenti.