L’industria italiana dalla tecnologia “debole”

La terza recessione tecnica nell’arco di circa dieci anni, che lascia prevedere da parte dell’OCSE e della Banca centrale europea (BCE) la ennesima crescita negativa dell’economia italiana, ha implicazioni di natura non semplicemente economica (rallentamento del tasso di crescita dell’economia europea e di riflesso di quella dell’Italia), ma anche più squisitamente politiche a diversi livelli e per diversi motivi, come la non trascurabile esposizione bancaria sul debito italiano sia francese che tedesca, le posizioni del governo di coalizione italiano giallo-verde e la dialettica con la Commissione Europea sullo sfondo del patto di stabilità e crescita dell’UEM in uno scenario in cui l’economia nazionale appare sostanzialmente paralizzata e la struttura capitalistica praticamente in crisi di modello.  

A fronte del fatto che l’Italia ha goduto di decenni di una crescita economica adeguata che le ha permesso di posizionarsi su livelli di PIL pro-capite paragonabili  a quelli  dei migliori partner europei, a partire dalla metà degli anni novanta tutti i suoi principali indicatori economici – reddito per persona, produttività del lavoro, quote del mercato delle esportazioni, ecc. – hanno iniziato a deperire.

Quando il nostro paese ha aderito al Trattato di Maastricht (adesione del 1992, ingresso nella Unione Monetaria Europea nel 1999 e nell’Euro nel 2002) si ritenne che i problemi maggiori fossero riconducibili agli alti tassi di inflazione e di disoccupazione, e che la medicina da adottare fosse quella di un consolidamento fiscale permanente (austerità) associata ad una persistente moderazione salariale, oltre che alla dismissione/privatizzazione dell’apparato industriale controllato dallo Stato Italiano attraverso l’IRI.

In verità, è un dato di fatto che l’Italia ha fatto più della maggior parte degli altri membri dell’Eurozona in termini di austerità e di riforme strutturali per soddisfare le condizioni dell’UEM se è vero che i vari governi italiani hanno gestito eccedenze di bilancio primarie ad una media annua del 3% del PIL  nel periodo 1995-2008 e di oltre l’1,3%  negli anni 2008-2018, pur in presenza della crisi economica.

Il perseguimento di una persistente moderazione salariale che, in verità, scontava dinamiche ante anni novanta in cui la crescita dei salari tendeva a superare la crescita della produttività del lavoro a scapito della quota di profitto, è passata attraverso scelte politiche ed atteggiamenti governativi  aventi come scopo il depotenziamento dei sindacati e l’abbandono di un sistema di contrattazione salariale “eccessivamente” centralizzato (deregolamentazione radicale del mercato del lavoro).

Questo è stato attuato attraverso una drastica riduzione della protezione dei lavoratori temporanei la cui quota sul totale, di conseguenza, è aumentata dal 10% del periodo 1991-1993 al 18,5% nel 2017, facendo sì che dei 2,4 milioni di nuovi posti di lavoro creati tra il 1992 e il 2008 quasi i tre quarti  sono stati di fatto posti di lavoro a tempo determinato. La crescita dei salari reali per dipendente, in media del 3,2% all’anno nel periodo 1960-1992, è stata in questo modo ridotta a un minimo dello 0,1% all’anno nel periodo 1992-1999 e allo 0,6% annuo nel periodo 1999-2008.

Queste scelte si sono rivelate effettivamente efficaci nelle tre direttrici della riduzione dell’inflazione (dal 9,6% in media all’anno 1960-1992 all’1,1% da 2008 al 2018), dell’aumento dei livelli occupazionali (da oltre l’11% a metà degli anni ’90 al 6,7% nel 2008), oltre che del sostanziale aumento della quota di profitto del PIL (dal 36% nel 1991 a circa il 40% fino al 2008), però quelle scelte che dovevano essere il prodromo di un lungo periodo di forte crescita, non hanno prodotti i frutti sperati sotto questo punto di vista.

A fronte di una stima secondo la quale la adozione di questa politica economica avrebbe permesso la riduzione del rapporto debito pubblico/PIL di circa 40 punti percentuali, la carenza nella domanda interna conseguenza delle scelte fatte (forte calo rispetto alla crescita della domanda interna dal 3,3% annuo pro-capite registrata dal 1960 al 1992 allo 0,25% del periodo 1992-2014), a cui si è andato ad associare un tasso di cambio euro sfavorevole, hanno  asfissiato la crescita della produzione, della produttività, del fattore di utilizzo degli impianti, dell’occupazione e dei redditi, così come dimostrato da un recupero del rapporto debito/PIL che si è arrestato ai 23 punti percentuali rispetto al più elevato valore inizialmente previsto che ha comportato la riduzione del tasso di profitto della produzione italiana di 3-4 punti percentuali rispetto ai tassi di profitto francesi e tedeschi.

Si è di fatto, quindi, di fronte ad una “quasi-paralisi” del sistema industriale italiano che, per i motivi sopra citati, evidenzia una crescente incapacità a mantenere le proprie quote di export a fronte della crescente concorrenza dei paesi a basso reddito, in particolare la Cina, il “Paese di mezzo”.

E’ questo piano che mette in evidenza il “vero problema” della struttura economica e produttiva dell’Italia emerso con tutta la sua virulenza, quando globalità e globalismo hanno imposto nuove regole alla competitività: il settore manifatturiero italiano non è “ad alta intensità tecnologica” e, di conseguenza, la competitività di costo dei produttori italiani dipende da bassi salari e non da prestazioni di produttività superiori. I dati statistici dimostrano, infatti, che a fronte di remunerazioni attestate su un plateau minimo di 35 euro/ora (dati al 2015) e produttività livellate su valori che superano i 50 euro/ora nei paesi europei ad economia comparabile a quella italiana, nel nostro paese gli stessi parametri sono rispettivamente pari a 23 e 33 euro/ora.

Questa debolezza tecnologica discende dalla incapacità a centrare obiettivi di alta produttività, sforzi innovativi e alta qualità del prodotto, in particolare, ma non esclusivamente,  per i prodotti più dinamici caratterizzati da livelli più elevati di R&S e intensità tecnologica, come prodotti chimici, farmaceutici e apparecchiature di telecomunicazione ed è amplificata dal fatto che l’apprezzamento dell’euro ha pesato in senso negativo più sull’export di prodotti tradizionali. E sono stati questi i segmenti di mercato a subire la crescente concorrenza dei paesi a basso reddito con conseguente diminuzione delle quote export dal 4,5% nel 1999 al 2,9% nel 2016.

D’altra parte gli obiettivi immaginati attraverso la privatizzazione delle imprese dell’IRI e le politiche mirate a far crescere di scala e di capitalizzazione le PMI non hanno prodotto i vantaggi immaginati. Da una parte se quest’ultime sono ancora oggi generalmente troppo piccole per esercitare qualsiasi potere di determinazione dei prezzi, sono troppo spesso produttrici di singoli prodotti e, quindi, incapaci di diversificare i rischi di mercato e troppo dipendenti dai mercati esteri perché il loro mercato interno è in stasi, dall’altra il potere contrattuale ed il peso di una entità quale l’IRI non è stato sostituito da realtà private capaci di esprimersi agli stessi livelli, così come si evidenzia dal diagramma della pagina che segue.

Diventa cruciale per il superamento di questa situazione cristallizzata ed in uno scenario in cui si affacceranno istinti protezionistici  adottare una strategia fondata su alcune direttrici principali che sono:

  • rilancio della domanda interna che passi attraverso la messa a disposizione di investimenti pubblici capaci di trainare l’aumento sia della base che dell’intensità della capacità di spesa degli italiani;
  • diversificazione ed il miglioramento della struttura produttiva e delle sue capacità innovative rafforzando la competitività tecnologica delle esportazioni italiane anche sfruttando leverage più squisitamente politici, favorendo produzioni a più elevato valore aggiunto e rivisitando le produzioni più tradizionali con soluzioni capaci di renderle più competitive e a minor impatto ambientale (decarbonizzazione dei sistemi energetici, di trasporto e della manifattura) così come la tecnologia permette;

        

    Prime 100 società del Paese
  • rivitalizzazione di una vocazione “imprenditoriale” dello stato che faccia da snodo a strategie di sviluppo processo-prodotto-mercato che integrino verticalmente la grande impresa con il tessuto di pmi e che favorisca relazioni di lavoratori-dipendenti relativamente regolamentate e coordinate al posto di mercati del lavoro liberalizzati e aperti rivelatisi eccessivamente egoistici;
  • una ancor più stringente proiezione sui mercati esteri adeguatamente e puntualmente supportata a livello governativo;
  • rivitalizzazione di strutture di R&S industriali di riferimento per i settori produttivi ritenuti strategici che facciano da elemento di trait-d’union tra le applicazioni industriali e la ricerca tecnologica a più basso Technology Readiness Level;
  • rafforzamento delle interazioni tra ministeri, agenzie, università e centri di ricerca, rappresentanze di categoria e sociali, ecc. attraverso tavoli ministeriali permanenti capaci di replicare quanto di positivo sta facendo quello relativo all’aerospazio.

Siamo, infatti, quest’anno alla ricorrenza dello sbarco dell’uomo sulla Luna,  che è stato punto di arrivo e di partenza di un modo di vedere lo sviluppo sociale, tecnologico ed umano della nostra realtà molto diverso rispetto al passato, ma pianificato almeno venti anni prima. Questa ricorrenza  deve essere di auspicio a scelte politiche importanti  perché capaci di dare una maggiore prospettiva di breve, medio e lungo termine all’Italia in un mondo vieppiù competitivo perché sempre più interconnesso, e di  relegare al canto di sirene gli intendimenti di politica economica di natura liberistica del presente governo a trazione leghista che presume di curare la malattia con la sua stessa causa secondo l’espressione Plus ça change, plus c’est la même chose, nonostante quanto ci dicono gli ultimi 30 anni della nostra vita.

Il fatto, infine, che lo European Economic and Social Commette abbia approvato recentemente a larga maggioranza  una proposta  di “Border Remedies” che prevede il rimborso agli esportatori europei dei costi per l’acquisto dei diritti di emissione della CO2 e l’imposizione ai prodotti importati dei costi della CO2 emessa per la loro produzione incernierata su una legislazione europea che coniughi gli indirizzi politici basati su industria & sostenibilità sociale ed ambientale e che essa è stata recepita in tempo reale nel suo discorso al Parlamento Europeo dalla nuova Presidentessa della Commissione Europea Ursula von der Leyen, è la prova lampante di come un buon primato della politica rappresenti di per se stesso un leverage enorme nei confronti di una protezione intelligente delle quote di mercato che agisca da leva positiva nei confronti di una diffusa crescita sostenibile e non demandata alla presunta capacità  del libero mercato di autoregolarsi.

Questa è un’altra direttrice culturale sulla quale una forza di centro-sinistra deve cimentarsi in un raccordo tra la realtà nazionale e quella comunitaria fondata sul contrasto al discredito gettato quotidianamente ad arte sulla politica attraverso prassi e scelte politiche o atti amministrativi di governo idonei ad un riavvicinamento dell’elettore.

di Francesco Sintoni