Letteratura e management: una simbiosi possibile?

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Molti sono convinti che il management sia una disciplina asettica, lontana dalla sfera emotiva delle persone. Nella realtà, invece, il management è tutt’altro che una scienza fredda e distaccata. Il manager deve utilizzare l’economia, certamente, ma per poter gestire un’impresa deve essere in grado di ascoltare le persone, capirle, immedesimarsi negli stili di vita e nelle vicissitudini di tutti gli stakholder che gravitano intorno ad un’impresa. E’ per questo motivo che la letteratura è fondamentale. Un buon manager deve essere in grado anche di leggere racconti e romanzi, di qualsiasi genere. Se non lo fa, molte delle sue potenzialità resteranno inespresse.

Esistono molti scrittori italiani che possono insegnare ad un manager come superare delle situazioni inaudite. Si tratta di storie e osservazioni che riguardano la vita quotidiana, ma anche le vicissitudini dentro un’organizzazione. Pensiamo ad Alberto Moravia, rappresentante del modo informe degli “indifferenti”: la sua è un’attenta descrizione di come le persone spesso sono apatiche e immobili. C”è poi Italo Calvino e l’inconsistenza delle azioni passate e ormai fuori uso. Paolo Volpini, attento osservatore del comportamento standardizzato in fabbrica moderna. Pier Paolo Pasoli insegna piuttosto come il conformismo condanna le nostre esistenze alla banalità. Umberto Eco parla di comunuicazione e di come spesso diventiamo vittime ingenue del nostro “superego di massa”.

Molto può essere appreso anche dagli scrittori stranieri. Tra i più incisivi c’è sicuramente Eugene Ionesco e le sue rappresentazioni dell'”assurdo quotidiano”: un’esistenza gravita di paradossi e azioni grottesche. Anche Jorge Luis Borges ha un ruolo centrale, attraverso la sua relativtà spazio temporale e la complessità di ciò che ci circonda. Albert Camus ci insegna cosa sia la rivolta, per superare le crisi esistenziali e dare spazio ad una vita autentica. Samuel Beckett ci proetta in una dimensione irreale, priva di finalità, mettendoci dinnazi ad un’attesa straziante: si resta lì fermi, ad aspettare qualcuno che non arriverà mai.

La letteratura insegna ad un manager che la società in cui viviamo è più caotica di quanto sembra. Ci insegna che i numeri sono solo una dimensione, limitata, della realtà. Spesso i comportamenti delle persone sono trasversali, obliqui, illogici e fantasiosi. Per gestire un’impresa occorre tenerne conto, anche se le formule e i grafici economici dicono tutt’altro. I clienti acquistano un nostro prodotto anche se per loro non è utile. I dipendenti obbediscono anche se sanno che vanno contro la loro volontà. I colleghi ci amano e ci odiano contemporaneamente. I fornitori e i distributori cooperano con la nostra impresa pur ignorando “chi siamo” e “dove” vogliamo andare. Il management ha bisogno di superare se stesso, acquisendo anche quelle competenze artistiche che la letteratura può aiutare a sviluppare. Forse è un fatto di equilibrio, tra logos e pathos, ma un dato è certo: per governare un’impresa occore vedere oltre gli orizzonti della logica.

Diego Rosi