Gli italiani, i giovani e il lavoro all’estero

Siamo un paese dove il lavoro è da tempo un elemento decisamente raro e prezioso. Troppo spesso i giovani devono emigrare per trovare qualcosa di soddisfacente. E come confermato da studi effettuati sullo specifico settore peraltro, dopo, non tornano più in Italia causando un vero impoverimento del Paese. E’ la famosa “fuga dei cervelli” che viene a costare ogni anno circa un punto di Prodotto Interno Lordo in quanto lo Stato ha dovuto investire notevoli risorse economiche per dare un’adeguata professionalità a questi ragazzi. Detta fuoriuscita supera poi, nel numero, l’ingresso degli stranieri che approdano in Italia.

Ciò è dovuto sia al fatto che col tempo, data l’impetuosa modernizzazione, non tutte le professionalità restano in modo positivo sul mercato e paradossalmente, insieme ad una accentuata specializzazione, da noi prolifera purtroppo il lavoro di scarsa qualità. Per non parlare inoltre della globalizzazione che causa danni notevoli anche in relazione alle note de-localizzazioni.

Di questa situazione, come confermato da un recente rapporto Svimez, è il Mezzogiorno a soffrirne di più. E non è finita qui: in pratica si assiste alla meridionalizzazione di tutta l’Italia. Infatti mentre il meridione ha perso in due anni una notevole percentuale di  industrie, il nord che un tempo era la  locomotiva del nostro Paese, ha invertito la tendenza arrivando ad un trend (anche se di poco) addirittura negativo. Non è facile dare un’adeguata risposta a tale situazione. Alcuni cercano di coglierne i motivi nella governance della nostra Nazione. Per poter effettuare delle efficaci riforme occorrerebbe riportare nella politica un’accettabile serenità. C’è un vecchio proverbio inglese che dice: l’hate (l’odio) non è altro che un dissenso non comunicato o descritto inadeguatamente. Se si potesse riuscire, perciò a ridurre il clima di continua aspra conflittualità, i nostri organi legislativi andrebbero a fare delle leggi inerenti soprattutto ad investimenti di lungo periodo che aiuterebbero sicuramente la nostra crescita.

Uno dei settori in cui il lavoro italiano viene, comunque, universalmente apprezzato è senza dubbio quello medico.
Nel passato lo scrivente ha trattato diversi argomenti inerenti alla medicina. In particolare (rivista cartacea: Fuori Orario) si è parlato del tema in occasione di un convegno di cardiologia con professionisti provenienti da tutte le parti del  mondo; meeting al quale hanno partecipato il Santo Padre, la Sindaca di Roma e 35000 cardiologi. Le nostre università, i nostri uffici di ricerca in tale campo, come noto, sono stati sempre apprezzati ed abbiamo molti medici affermati come i dermatologi Paolo Piemonte e Vittorio Macchini nonché gli ortopedici Alberto Ferrantelli e Domenico Antonio Paolemili. Le nostre strutture mediche sono altresì famose in tutto il mondo: all’ospedale romano Bambino Gesù sono stati salvati diversi bimbi provenienti da varie parti del pianeta.

In questi ultimi tempi ci sono state però, come accennato, varie crisi economiche le quali hanno contribuito a rendere rarefatti i posti di lavoro anche in questo comparto. Tra le altre cose è cresciuto in maniera esponenziale il cosiddetto “familismo amorale” per cui i giovani italiani in gamba non vengono valorizzati. Gli stessi sono costretti, a costo di notevoli sacrifici, ad emigrare all’estero ove vengono considerati nella giusta misura. C’è ad esempio un giovane biologo Simone Bischetti che in Italia non riusciva ad affermarsi: ha chiamato a raccolta tutte le sue forze e nonostante fosse già sposato (e con prole), si è trasferito in Inghilterra ed è attualmente molto stimato. Pur non perdendo la speranza perciò che da noi cambi qualcosa a livello governativo, giovani come il suddetto hanno capito che bisogna sempre impegnarsi, se necessario fino allo spasimo, per ottenere quello che si desidera. Occorre in definitiva darsi da fare per  influenzare positivamente perfino l’intelligenza del destino.

di Angelo Brasi